domenica 13 settembre 2009

Benedetto Croce e l'onestà politica

Ho sempre provato istintivamente fastidio nel sentir parlare dei fatti intimi che legano uomini e donne, non ho mai sopportato quegli amici che ti raccontano nei dettagli le loro avventure erotiche:” Allora …lei era piegata vicino al divano e io l’ho baciata da dietro…” Grazie basta. Affari tuoi. Affari miei. Il sesso è bello praticarlo, disgustoso è parlarne. Da mesi quindi salto allegramente pagine e pagine di quotidiani zeppi di rivelazioni (false o vere che siano non importa) nauseanti. Ho più tempo da dedicare alla lettura e così mi sono andato a rivedere un volumetto che mi ha fatto sentire in buona compagnia. “Un'altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa dell’ “onestà” nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli …è quello di una sorta d’aeropago, composto da onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese." Così Benedetto Croce in "Etica e politica" dissertava già nel 1920 su quella che se allora era “petulante richiesta” oggi è diventata il nucleo centrale dell’azione delle forze politiche che nel nostro paese fanno l’opposizione ed ora anche della parte avversa. E ancora argomentava: ” E’ strano che, laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano purchè abili in medicina e chirurgia,…nelle cose della politica si chiedano invece non uomini politici ma onest’uomini…”. E subito dopo il nostro filosofo si interroga su cosa debba intendersi per “onestà politica” , che secondo lui è soltanto la capacità politica, così come l’onestà di un medico è la capacità di curare il proprio paziente ed eventualmente salvargli la vita. Ma non basta. Alla domanda se debba essere l’uomo politico, sotto ogni aspetto, incensurabile e stimabile e ancora se possa la politica stessa essere esercitata da uomini in altri campi poco pregevoli , Croce risponde: ” Obiezione volgare , di quel tale volgo descritto di sopra. Perché è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo renderanno improprio in quelle sfere, ma non già nella politica. Colà lo condanneremo scienziato ignorante, uomo vizioso, cattivo padre, e simili…”. Racconta poi, il filosofo napoletano del caso di Charles Fox , primo ministro inglese nei primi del secolo, che da uomo dissoluto e crapulone, diventato poi politico e ministro, cercò di cambiar vita adeguandola ad un senso morale più consono alle proprie responsabilità. Ma gli esiti non furono quelli sperati. “…ed ecco che sentì illanguidirsi la vena, infiacchirsi l’energia lottatrice,e non ritrovò quelle forze se non quando tornò alle sue consuetudini.”
Ma è il finale del capitolo che è impressionante chè pare scritto ieri : ” Vero è che questa disarmonia tra vita propriamente politica e la restante vita pratica non può spingersi tropp’oltre perché se non altro, la cattiva reputazione prodotta dalla seconda, rioperando sulla prima le frappone poi ostacoli…o l’ipocrisia degli avversari può valersene come arma avvelenata… ma questo è un altro discorso.” Invece pare proprio il nostro.

Guida alle messe

Ho fatto la prima comunione a quarantatre anni. Il mio parroco, Don Raffaele Ruocco, a S.Giacomo in Augusta, mi disse una volta che a chi si comunica tutti i giorni, nella propria parrocchia, capita quando lo fa in un’altra chiesa di aver la sensazione di mangiare al ristorante. Ed infatti Camillo Langone, autore di questo imperdibile volumetto, Guida alle Messe edito da Mondadori, scrive nella sua mirata poliedricità, di enogastronomia, letteratura e religione. Le sue recensioni pubblicate su Il Foglio sono ora raccolte in questo libro, concepito come una guida gastronomica con le chiese d’Italia in luogo dei ristoranti. Al posto delle forchette e dei bicchieri troviamo candele e messali, da uno a cinque. Le prime valutano l’arredo della chiesa mentre i secondi servono a giudicare la qualità della messa. Sì perché secondo Langone pensare che le messe siano tutte uguali è concesso solo a chi l’ultima volta che ci è andato aveva quattordici anni, ovvero a chi da quattordici anni frequenta la stessa parrocchia. Io aggiungerei (ahimè) che la pensano così l’ottanta per cento di quelli che semplicemente hanno quattordici anni. A me che da soli sette, capita di frequentare chiese a scopo devozionale ed ovunque vada ne cerco (e trovo), la lettura di Guida alle Messe è apparsa dalle prime pagine come apocalittica. Il nutrimento che si cerca a messa è destinato all’anima ed il giudizio concerne luoghi e le modalità in cui questo viene offerto. Che sono spesso inadeguati quando non decisamente impropri. Il libro è articolato in capitoli succulenti: Umano(troppo umano?); Eterni anni settanta (chitarre e tamburelli); Mediatiche(chiese al plasma); si va dal Trentino Alto Adige alla Sicilia, dissertando di storia dell’arte, poesia, architettura e misticismo con un umorismo freddo ma irresistibile che è davvero la ciliegina sulla torta. Una su tutte. San Giovanni Rotondo, chiesa di San Pio da Pietralcina. Voto 1 candela e 2 messali: ” Tre ragazze, comodamente sedute sulle panche dell’immane edificio, impiegano il tempo della messa per darsi lo smalto alle unghie. Anche i frati cappuccini si stavano dando lo smalto alle unghie quando hanno accettato il progetto di Renzo Piano, col Santissimo emarginato e minimalista (quindi non cattolico) e le panche prive di inginocchiatoi. I fedeli che si inginocchiano sono costretti a farlo per terra: Dio li vede e li salverà in virtù di questo gesto nello stesso giorno del giudizio in cui manderà all’inferno l’architetto e i frati.” Chapeau. Vengono in mente Roald Dahl, Alan Bennet, ed invece stiamo parlando di un critico italiano che con assoluta competenza ed una certa dose di dolore discorre dei riti della Chiesa Cattolica. Il dolore nel trovarsi davanti a candele finte, acquasantiere vuote, sedie (di plastica) in luogo di panche con inginocchiatoi e tante altre offese alla liturgia ed al buon gusto. Ma le annotazioni di Langone non sono soltanto liturgiche e scopriamo per esempio, nel capitolo Eterni anni settanta che a Maiori (Amalfi) , chiesa di Santa Maria a Mare, voto 3 candele e 2 messali, “ Ogni brano inizia con accordi di chitarra somigliantissimi alla battistiana Canzone del sole. Tornano in mente le pomiciate in spiaggia poi però entra il coro, si battono le mani e la macchina del tempo deposita i presenti dalle parti di Hair. ….E’ molto hippy cantare il Padre Nostro cambiandone le parole per seguire la musica, tenendosi la mano per entrare tutti insieme nell’Età dell’Acquario. Alla consacrazione non si inginocchia quasi nessuno. Ovvio: non ci si inginocchia ai musical. …Alla predica il prete si trasforma nel James Brown del film The Blues Brothers: scende dal presbiterio ed impugnando il microfono corre da tutte le parti, parla coi bambini…Fin quando Don Brown non riemerge gridando:” Son tornate le guerre sante! Noi stiamo uccidendo in nome di Dio!” Come parli, prete? In nome di Dio noi cristiani non stiamo uccidendo. Siamo uccisi.” Dio ti benedica, Camillo Langone. Una voce nel deserto, una risposta al mio peregrinare per chiese ascoltando schitarrate e triccheballacche di fronte a un altare alle cui spalle magari, intristivano mute, le canne di un bell’organo seiecentesco. Segnalo anche all’autore la chiesa di S.Andrea a Castiglioncello in Toscana, dove nell’omelia della messa pasquale ho ascoltato il prete snocciolare perle quali: “…un Dio che non se la tira!” Oppure: “…questo Gesù burattino “. Da neoconvertito mi chiedevo come fosse possibile che nessuno dicesse qualcosa. Ora qualcuno lo ha fatto .
Ma fortunatamente pur nell’italica approssimazione di fedeli che non si inginocchiano , che prendono l’Ostia “…con le zampacce.” O addirittura “ …si servono da soli a buffet” ci sono anche tanti luoghi dove incontrare Gesù è possibile , per esempio a Montalcino : “Non conosce il culto divino chi non è mai stato a S. Antimo….sette frati adoranti che spingono ad adorare: qui nessuno si sogna di non inginocchiarsi. Predica esemplare, breve, aderente al vangelo, bellissima, che ci trasforma tutti in Re Magi alla ricerca di una madre e di un bambino.” Questo libro è un intervento importante che dovrebbe avere un qualche riscontro istituzionale dalla Chiesa e che ci pone dinanzi implicitamente, anche le responsabilità politiche della diseducazione religiosa. Infatti se Langone lamenta una scarsa attenzione ( ignoranza) tra coloro che le messe le celebrano e le ascoltano, la situazione ( ancora l’ignoranza) in chi si professa non credente va molto oltre, anche tra persone di livello culturale non infimo. Non saper nulla di religione del resto rientra nei diritti del cittadino. Quando negli anni ottanta (1985) , con l’acquiescenza della santa sede, passò la sciagurata legge che rendeva facoltativo l’insegnamento della religione nella scuola italiana, tra le molte voci che si levarono in favore di tale iattura, vi fu quella di Umberto Eco nella sua rubrica sull’Espresso: “…se l’insegnamento della religione si identifica con il catechismo cattolico allora è nello spirito della Costituzione che sia facoltativo.” Fedele d’Amico sullo stesso giornale gli rispose: “Nello spirito, anzi nella lettera della Costituzione è che sia facoltativo praticare una religione piuttosto che un’altra o non praticarne affatto, non che lo sia l’ignoranza della religione…. La dottrina cattolica è storicamente alle basi immediate della “nostra” storia culturale , italiana ed europea, che fino a ieri si è tutta svolta in rapporto con essa, concorde o discorde fa lo stesso (come spiegare chi erano gli Ugonotti, o Lutero, a chi di dottrina cattolica non sappia nulla?).” Parole sante, con rispetto parlando. Certo oggi la nostra è una società multireligiosa ma a maggior ragione dovremmo essere più informati sull’argomento. Come possiamo pretendere di rispettare le altrui radici quando non conosciamo neanche le nostre? E non si tratta di essere credenti o meno ma ignoranti o no. Ecco perché Guida alle messe è un libro che andrebbe letto nelle scuole (dopo avervi ripristinato l’insegnamento della religione) dove invece oggi, ragazzini privati di quel nutrimento, quel cibo per l’anima che solo la religione è in grado di offrire, cercano in surrogati fatti di maghi e maghetti , sette sataniche e religioni new age, omeopatia e droghe varie, quella speranza di uscire dal mondo materiale che è il nodo centrale delle nostre esistenze. A Langone un solo appunto: il suo sens of humor è decisamente british, in odore di protestantesimo. Attenzione!

Il Palio di Siena


Domenica 16 agosto ho fatto un viaggio con la macchina del tempo. Quando sono sceso ero in una piccola cappella, dentro accalcate centinaia di persone e un sacerdote davanti all’altare. Poi è entrato un uomo a cavallo, si è fatto prossimo alla sacra mensa e il prete si è avvicinato e lo ha benedetto: “Signore Gesù Cristo custodisci, proteggi e difendi dai pericoli della prossima corsa il tuo umile servo Francesco…” Quello ha serrato le redini poi si è girato ed è uscito e i fedeli dentro la chiesa , le voci rotte dall’emozione ma potenti, hanno intonato il Te Deum. Molti piangevano. Ero arrivato nel medioevo. E’ una macchina del tempo che conosco e che funziona solo due volte l’anno, la medesima destinazione. Si chiama Palio di Siena.Voi potete anche leggere tutti i libri di storia del mondo ma se volete capire e vedere il medioevo (per viverlo bisogna essere senesi) dovete venire in questa città di pazzi al Palio dell’Assunta. A dirla tutta non basta venirci, bisogna essere introdotti. Solo portati per mano come dei bambini (questa è la nostra condizione di moderni individui di fronte alla simbologia del Palio) si entra in sintonia con questi personaggi antichi che non rappresentano ma sono il medioevo. Difatti soltanto un amico ti può far scoprire questo sogno. Il mio si chiama Massimo Reale e la sua passione per cavalli e Palio di Siena lo ha portato a scrivere un libro sui fantini che si danno battaglia in Piazza del Campo. Si chiama I Trenta Assassini. Sono ricordi di Palii e fotografie, primissimi piani di questi uomini dai volti profondamente segnati, tristi e mai domi, che hanno corso e vinto il Palio. I loro nomi sono da soli letteratura: Il Bufera, Bucefalo, Il Pesse, Ragno, Marasma, Tristezza… Aceto è uno dei fantini più famosi del mondo, al secolo Andrea de Gortes è quello che ha vinto più di tutti, 14 palii , un’enormità. Massimo gli chiedeva un giorno: ”Andrea, sono trent’anni che sei a Siena eppure sei sempre solo, non hai un amico, come mai?” E lui senza un’attimo d’esitazione : “ Vedi Massimo…l’amicizia… te la può dare la tù mamma…forse.” Questi erano e sono i fantini della carriera più bella del mondo. Duri che da quanto son duri, neanche sanno di esserlo. Come i senesi, gli unici comunisti al mondo che venerano la Madonna. Gente aspra, generosa, passionale. Ricordo, prima delle ultime olimpiadi di aver visto in televisione un’intervista ad un vecchio senese:
D. Cosa ne pensa di Pierre de coubertin?
R. O chi è?
D. Un nobile francese teorizzatore del moderno spirito olimpico.
R. E cosa dice?
D. Nelle competizioni, l’importante è partecipare.
R. Per me è un bischero!
E’ necessario innanzitutto far pulizia da equivoci. Non è una corsa di cavalli. La corsa è soltanto la manifestazione terrena di ataviche pulsioni. La guerra, prima e più terribile fra tutte. Ma anche l’amore per la patria (cos’altro è la contrada?) il coraggio, la paura, la velocità, la vittoria. L’Oca contro La Torre, La Pantera contro L’Aquila, La Lupa contro L’Istrice. Nel Palio non conta solo vincere chè quasi più importante è far perdere la contrada nemica. Se non si capisce questo i fantini che alla Mossa si molestano e si parlano , promettendosi soldi e vendendosi magari al nemico, sembrano burattini privi di discernimento. Invece sono dieci assassini. La regola è una sola: vincere a qualunque costo e con qualsiasi mezzo. Come in guerra. Il Sunto, la campana sorda che suona dal mattino è la stessa che chiamava i cavalieri a difesa della repubblica senese nel 1400. Quel suono sotteso, senza che tu te ne accorga ti entra in testa e colpisce come una goccia che a poco a poco diventa una marea, un fiume di inquietudine. Quando improvvisamente tace, nella piazza scende il silenzio . E’ il momento di montare a cavallo , i fantini escono dall’entrone, il cortile del Palazzo Pubblico dove attendono l’inizio della corsa e prendono il nerbo di bue che mostrano col braccio alzato alla contrada. Sono gli attimi che precedono la battaglia, solo chi ha combattuto li conosce, qui a Siena si può viverli, toccarli, annusarli. Odorano di paura. Hanno il sapore acre della fame, della miseria; un tempo i fantini venivano da lì.
Parla Tremoto “Ero partito a tredici anni dalla Sardegna per fame. Montavo nelle corse in siepi per dodicimila cinquecento lire e in provincia, sull’asfalto, per quindicimila. Dopo il primo Palio il Capitano della Chiocciola mi diede una pacca sulla spalla e un assegno da tre milioni e mezzo. Io non ci credevo, quasi non sapevo che esistessero tanti soldi. Passai la notte seduto sul letto a fissare quel foglio di carta.”
Oggi un fantino che vince il Palio può guadagnare milioni ma l’origine è la stessa, la fame di vittoria passa ancora dal coraggio se come dicono “Il pane del Palio è duro sette croste”.
Quando cade il Canape e i cavalli partono accade qualcosa di irreale, il tempo rallenta bruscamente la sua corsa, non si ferma del tutto ma dilata e deforma la realtà come un grand’angolo. In quel limbo senza tempo gli incitamenti ,le urla di gioia e disperazione si susseguono come in un sogno dal quale si viene risvegliati ai tre spari di fine gara . Domenica ha vinto La Civetta , dopo trent’anni. Ultimo Palio vinto nel 1979.
A fine corsa mi sono precipitato per la strade della città e ho visto i contradaioli della Civetta che andavano al Duomo con il Palio vinto a ringraziare la Madonna. Piangevano tutti. C’era un omone che singhiozzava più forte , aveva sulle spalle un bambino. Si è fermato e abbracciando un amico, scosso dalle lacrime anche lui, ha detto: “ L’ultimo Palio vinto me lo ricordo in collo al mio babbo.” E’ difficile non commuoversi quando si è in mezzo a migliaia di persone che insieme piangono di gioia così sono arrivato a Porta Camollia che piangevo anch’io. Sono salito in macchina e dopo pochi chilometri sono entrato in un Mc Drive. Un doppio cheeseburger e Coca Cola consumati alla guida mi hanno dato la certezza di essere tornato nel ventunesimo secolo. Ho pensato a tutti quelli che contestano Mc Donald, un ristorante dove si mangia con 6 euro, considerandolo come emissario del male. Sono gli stessi che accusano i senesi di crudeltà verso i cavalli. A Siena i cavalli sono venerati ,considerati come persone e coccolati più di un primogenito.
Difficile del resto pensare che non ami i cavalli gente che se ne occupa per una vita, che si alza alle 4 di mattina per portarli fuori, che li lava li nutre e li fa correre. Anche in natura I cavalli i galoppano, gareggiano tra loro e ogni tanto si azzoppano. L’uomo e il cavallo hanno fatto gran parte della nostra storia. A settembre a Palio vinto, la contrada celebra la vittoria con una cena. A capotavola c’è l’ospite d’onore, che mangia su un vassoio d’argento biada e zucchero: è Il cavallo vincitore. Non è amore questo? Strano mondo il nostro. Uccidiamo milioni di bambini prima che nascano e facciamo la morale a chi fa correre i cavalli. Sì è vero nel Palio c’è violenza , c’è la tragica bellezza della guerra e del coraggio ma non sono anche queste caratteristiche umane? Forse fra mille anni quando nessuno al mondo userà più violenza contro un suo simile, le persone ameranno il loro prossimo come se stesse e non ci saranno più armi , anche allora in quell’eden (ma sarebbe poi tale?), il Palio di Siena servirà a ricordare a tutti com’era la vita sulla terra quando gli uomini combattevano.

sabato 11 luglio 2009

Lang Lang a Roma con Tom e Jerry



Ventiquattro anni fa a Shenyang, un bambino cinese di due anni vide in televisione il celeberrimo cartone animato di Hanna e Barbera in cui Tom e Jerry si incontrano sul palcoscenico di una grande sala da concerto dove Tom il gatto, fasciato da uno splendido frac, si esibisce suonando la rapsodia ungherese n.2 di Franz Liszt mentre il topino Jerry, nascosto nel pianoforte, gliene combina di tutti i colori. Quel bambino, che si chiamava Lang Lang, si innamorò di quello strumento e decise che un giorno lo avrebbe suonato. Oggi a ventisei anni, Lang Lang è un’autentica star internazionale (la rivista Time lo ha inserito nelle 100 persone più influenti del mondo) e dopo un tour che lo ha portato attraverso i cinque continenti (ma dipendesse da lui credo suonerebbe senza problemi anche sulla Luna) è approdato a Roma dove l’accademia di S. Cecilia gli ha dedicato un minifestival che porta il suo nome:Lang Fest. E festa autentica è stata se dopo due ore e passa di concerto il pubblico romano, certo non facile agli entusiasmi, è scattato in piedi per una standing ovation di quattro minuti. D’altra parte l’entusiasmo è la caratteristica dominante dello sfavillante pianismo di questo virtuoso, capace di infiammare il pubblico quanto una rock star. Di più. Capace di portare all’Auditorium quasi 8000 persone (i concerti erano tutti fuori abbonamento) che senza alcun dubbio si sono divertite e questo, parlando di musica classica, è un fatto importante. Ciuffo ribelle ingelatinato, atteggiamenti istrionici ai limiti del contesto pur sempre serio all’interno del quale si muove, scarpe Adidas create appositamente e che portano il suo nome (nere a strisce d’oro), si è parlato di lui come di un fenomeno mediatico allestito per il marketing e certo in parte questo corrisponde al vero. Bisogna dire però che un simile carrozzone non si costruisce sul nulla. Perché di fenomeno autentico si tratta e dei più eclatanti. Talento allo stato puro, che in quattro serate, diversissime tra loro, ha avuto modo di esprimersi per sottolineare la versatilità di questo ventiseienne, cui Dio ha donato dita meravigliose che egli ha successivamente provveduto, attraverso una tecnica trascendentale, a rendere una macchina pianistica perfetta. Nelle quattro date romane, dal 2 al 5 giugno, ha suonato nell’ordine: in un quintetto con i solisti dell’orchestra dell’Accademia, come solista, quale accompagnatore di bel canto con Cecilia Bartoli e con l’orchestra dell’Accademia diretta da Cristoph Eschenbach. Dovendo operare una scelta ho optato per il concerto solistico che presentava un programma di assoluto interesse: dallo Schubert (1797-1828) sommo della sonata postuma in la maggiore D. 959, alla Polacca op.53 in la bemolle maggiore di Chopin (1810-1849) , passando attraverso la sonata (unica) di Bela Bartòk (1881-1945) per finire con alcune gemme di Claude Debussy (1862-1918) tratte dal primo e secondo libro dei Preludi. Un programma da far tremare i polsi che Lang Lang ha invece snocciolato tutto a memoria (escluso Bartòk) con una semplicità a tratti disarmante, dimostrando anche in questo una prodigiosa attitudine. Grande divertimento dunque ed il merito di portare verso la musica colta un pubblico nuovo, diverso da quello fedelissimo, ma un poco museale, degli abbonati. Se ne è avuta conferma quando alla fine del primo movimento della sonata di Schubert, quasi l’ intera platea è esplosa in un applauso fuori luogo dettato sì dall’entusiasmo ma anche dalla scarsa conoscenza della forma musicale che si andava dipanando. Detto questo tuttavia, a livello emozionale si ha la sensazione di rimanere in superficie sì che Schubert, Bartòk, Debussy, Chopin, scorrono via uno dopo l’altro lasciandoci l’impressione di aver ascoltato un unico musicista: Lang Lang. Ora si tratta di stabilire un confine tra il virtuoso e l’interprete e se il pianismo di Lang ben si adatta alle forme musicali impressionistiche, costruite attraverso illuminazioni, colori, che risolvono se stesse nella brevità che le caratterizza, il discorso cambia laddove i tempi si dilatano. Così il dolente, struggente andantino della sonata D.959 di Schubert ,”…Giano bifronte sempre toccato dall’alito della morte”, secondo la splendida definizione di Thomas Mann, è trascorso asettico, privo di dolore. La musica, tra tutte le arti, è quella che parla al nostro intimo e lì Lang Lang non arriva. Latita il canto, nel senso letterale del termine, le melodie sono come inglobate in un universo che, se dal suo continuo divenire trae forza e vitalità, rischia però di risolversi in una esibizione di tecnica che se pur scintillante non basta a penetrare nel profondo dell’’animo. Anche la polacca op.53 di Chopin sembrava del tutto all’oscuro del sentimento di straziante nostalgia che il musicista in esilio nutriva per la sua patria lontana. Il dolore non si può studiare sui libri, va assaporato, vissuto per poter esser successivamente decantato in arte. E allora due strade sono innanzi al giovane virtuoso. La prima, più facile e redditizia è quella di gettarsi anima e corpo nelle esibizioni pubbliche. L’altra, più oscura ma alla fine artisticamente vincente, è l’approfondimento, lo studio, l’adeguare le proprie cognizioni alla tecnica affinchè essa rimanga un mezzo e non diventi un fine. Lang Lang fin’ora ha percorso la prima: dal 2 giugno alla fine di agosto si esibirà trentaquattro volte in pubblico, una media di un concerto ogni tre giorni. Certo Arturo Benedetti Michelangeli, che quei debussiani preludi studiò per cinque anni prima di eseguirli in concerto è un caso estremo ma lo stesso Maurizio Pollini di cui appena diciottenne si parlava come un nuovo Liszt, si dedicò all’attività concertistica con grande parsimonia. E se ne sono poi visti i risultati. Una carriera perfetta sotto ogni punto di vista. In un’intervista a Gino Castaldo su “La Republica” dello scorso mese Lang dice che fare il pianista classico non vuol dire chiudersi in una scatola; ha senz’altro ragione ma tra chiudersi in scatola e fare un concerto un giorno sì e uno no, crediamo esista una via di mezzo. Forse allora, adesso che a soli ventisei anni è già il pianista più famoso del mondo, può ripensare alla sua carriera, volgere lo sguardo e forse esplorare l’altra via. Magari in compagnia di un grande mentore che sembra averlo preso sotto la sua ala: quel Daniel Baremboim la cui acutezza di musicologo non è seconda alle doti immense di pianista. Altrimenti corre il rischio di diventare come il suo eroe Tom, rutilante, simpatico e divertente ma pur sempre un cartone animato.