lunedì 9 novembre 2009

La Missa



Non capita così spesso di vedere duemilacinquecento persone mettersi in fila ordinatamente per recarsi a messa di lunedì sera. E’ successo ieri l’altro all’auditorium Parco della Musica dove Antonio Pappano ha aperto la stagione sinfonica dell’Accademia Nazionaledi S.Cecilia con la Missa Solemnis di Ludwig van Beethoven. “Von Herzen möge es zu herzen gehen” “ Dal cuore possa andare ai cuori” così recita in calce al Kyrie della Missa la parola di Beethoven che come è noto, ponderava accuratamente simili iscrizioni sulle sue partiture. Al contrario rispondeva in modo sprezzante agli interlocutori che lo interrogavano in modo petulante per avere notizie sulla prima esecuzione della Messa, capolavoro misterioso , autentica sfinge dell’opera del genio di Bonn. Infatti la genesi delle composizioni del più grande uomo comparso nella storia della musica fu sempre estremamente tormentata e massimamente per questa che egli stesso considerava il suo lavoro più compiuto e riuscito. Dal 1819 al 1823 egli vi lavorò a più riprese. E sono anni cruciali che vedono la nascita degli ultimi quartetti, della nona sinfonia, delle ultime sonate per pianoforte. Sono lavori che proiettano la musica verso orizzonti nuovi ma senza troncare il cordone ombelicale con il passato piuttosto facendo implodere dall’interno le forme musicali che di volta in volta incarnano. Charles Rosen negli anni sessanta e più recentemente Piero Buscaroli avevano indicato nella missa la summa della musica beethoveniana . Buscaroli si spinge oltre definendola apice dell’intera musica occidentale e paventandone la sua riduzione a merce pubblicitaria così come capitato alla nona sinfonia, auspica che possa rimanere protetta dal tritatutto sonoro del mondo moderno. Credo che possa dormire sonni tranquilli perché la Missa si protegge da sé. Se ne è avuta conferma nella esecuzione di Antonio Pappano che alla guida dei fantastici “akademiker” ne ha disvelato la matassa musicale che è davvero densa come un fascio di antimateria. Non credo che questa composizione possa mai diventare un jingle e per una ragione molto semplice. Il materiale tematico è talmente rarefatto da rendere impossibile la sua immediata riconoscibilità. Eppure in questa sovrumana densità si avverte la presenza di Gesù, uomo d’azione così come lo è la musica beethoveniana la cui fede incrollabile nell’azione umana tende sempre ad una positività che pur nella tragedia e nel dolore indica sempre una speranza che qui è la parola di Dio. Si è parlato spesso di una presunta laicità della religiosità di Beethoven a mio avviso (ma sono in buona compagnia) a sproposito. Come rilevava giustamente Fedele d’Amico in un articolo che figura nell’eccellente programma di sala, “…dai binari dell’ortodossia cattolica la nostra (messa) non diverge un solo istante. C’è il Padre e c’è il Figlio…C’è il peccato, c’è l’uomo peccatore e supplice davanti a un mediatore chiaramente personale (dunque niente immanentismo)…com’è cattolico il fatto che l’intimità della preghiera non escluda ,luteranamente, l’irruzione di gesti estroversi, in senso lato teatrali (che non vuol dire operistici).” Ed è proprio questa la chiave attraverso cui Antonio Pappano si è gettato dentro questa materia vivendola dal di dentro con cuore testa e anima, quella di uomo di teatro permeato di cultura tedesca. E ne è uscito vittorioso, se pensiamo che questo monumento sonoro terrorizzava giganti del calibro di Klemperer, Furtwangler, De Sabata. La serata è stata un trionfo ed una esperienza religiosa di notevole impatto. Per la prima volta da quando frequento le sale da concerto romane non ho sentito un colpo di tosse, mai avevo visto un pubblico così attento e religiosamente silente. Al termine del Gloria poi, un silenzio attonito ha preso possesso della sala S.Cecilia, era il silenzio partecipe e commosso dell’umanità di fronte al mistero della fede. Mistero che rimane incastonato in questa partitura come un diamante attorno cui l’opera di Beethoven brilla di luce propria nella storia della musica occidentale.
Esito trionfale dicevamo e non soltanto grazie a Pappano e i meravigliosi “akademiker” ma anche al coro e ai solisti Emma Bell, Anna Larsson, Roberto Saccà e Georg Zeppenfeld , compagnia di prima grandezza e senza eccezioni totalmente all’altezza del gravoso impegno. La messa è finita, andiamo in pace. Grazie Beethoven, grazie Pappano, insieme a voi rendiamo grazia a Dio.

lunedì 26 ottobre 2009

Il pianoforte di Glen Gould

Heinrich Steinweg era un ebanista tedesco che un giorno, intorno al 1840, assemblò un pianoforte per la sua casa di Seesen. Gli riuscì così bene che si diede alla costruzione industriale avviando una fiorente fabbrica nella quale lavorava con tutti i figli. Dieci anni dopo , nel 1850, mentre la Germania è in piena recessione, gli Stati Uniti sono un paese che non ha ancora settant’anni di vita e in cui il libero mercato promette un futuro di ricchezza. Così a 53 anni vende la fabbrica e si trasferisce a New York con tutta la famiglia. L’industria del pianoforte è in piena espansione e Heinrich , che vuole capire come costruiscono i pianoforti in America, si impiega in una fabbrica, lo stesso fanno i figli, tutti in fabbriche differenti, per diversificare le conoscenze. E dopo appena tre anni la famiglia si riunisce, americanizza il proprio cognome e si mette in proprio. Nasce la Steinway e sons. Negli anni successivi 144 brevetti che rivoluzionano lo strumento, consegnadoci il pianoforte moderno come noi lo conosciamo, vengono dalla fabbrica di Heinrich. Questa e molte altre divertenti storie nel libro di Christine Hafner, Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto, un saggio Einaudi che racconta l’incontro magico ed il rapporto ventennale tra il pianista canadese ed il suo accordatore Vernon Edquist, un ragazzo nato quasi cieco nel Saskatchewan, regione delle grandi praterie canadesi, al confine con il Montana , dove più che in pianisti classici poteva capitare di imbattersi in Tex Willer e il suo pard Kit Carson inseguiti da un manipolo di indiani Dakota. Glenn Gould, mito già in vita ed entrato poi nella legenda prima per il suo ritiro dall’attività concertistica, a trentun’anni e nel pieno della carriera per dedicarsi allo studio di registrazione, poi per la sua prematura scomparsa avvenuta circa vent’anni dopo, è stato uno di quei casi in cui la scintilla divina è palpabile , era un persona che aveva ricevuto un dono che divenne cristianamente la sua croce. La meraviglia che il suo apparire sulla scena musicale accese nel mondo, non ha forse eguali nella storia della musica e basta ascoltare il suo debutto a Salisburgo a ventitré anni per rendersi conto che davanti a quel tipo di talento non si può che chinare “… la fronte al massimo fattor che volle in lui, del creator suo spirito, più vasta orma stampar” . Ma le vie del signore sono infinite ed infatti mentre Gould si afferma nel mondo, Endquist lascia le praterie per andare alla scuola per ciechi di Ontario a tremila chilometri da casa. Accanto a quella per ciechi c’è una scuola di musica e lì Vernon sente per la prima volta il suono di un pianoforte. Per accordare non occorrono occhi buoni, e le orecchie di Vernon sono eccezionali, alla scuola per ciechi c’è un corso per accordatori e lì scopre di avere l’orecchio assoluto. Eccoci arrivati. Il famoso CD 318 è l’altro protagonista della vicenda . 500 chilogrammi di Stenway, un mostro lungo due metri e settanta che Glenn Gould usò ininterrottamente per dieci anni e con il quale realizzò Il novanta per cento delle sue incisioni. Quindi se avete a casa dei dischi di Glenn Gould sappiate che quasi certamente sono registrati su un piano accordato da Vernon Endquist. Il rapporto con questo strumento di cui Gould parlava come di un essere umano è la sfera attorno alla quale ruotano due personalità estreme . La storia del sodalizio tra due imperfezioni alla ricerca dello strumento perfetto. Ma se nell’uno la quasi cecità, compensata da quel gran talento musicale, funziona alla perfezione come grimaldello sociale e permette a Vernon di condurre una vita normale, sposandosi e facendo dei figli, nell’altro il fuoco arde a temperature troppo elevate per non consumare fatalmente se stesso. Gould vive ormai completamente avulso dalla società , non suona in pubblico, non vede che poche persone e per motivi di mera sopravvivenza , vive tra la sala di incisione, che ha in casa, e gli studi dei medici che cercano di curare le sue ossa fragili e doloranti. L’isolamento dai nostri simili difficilmente dà buoni risultati e Gould non fa eccezione, diventa sempre più etereo, scollato dalla realtà. L’ascolto dell’ incisione delle Variazione Goldberg di J.S.Bach che nel 1956 ,a ventitre anni, lo impose all’attenzione generale, messa a confronto con l’ultima registrazione del medesimo capolavoro, pochi mesi prima della sua scomparsa è illuminante. La prima mostra un talento libero che si è appena affacciato sul mondo e ne scopre i colori , un Bach quale mai prima si era udito, l’ultima è come ripiegata in se stessa, esausta .Come il suo interprete. Un libro divertente. Unico appunto :24 euro per 200 pagine sono sinceramente troppi.


giovedì 15 ottobre 2009

Perle ai porci


Uno dei nostri maggiori gestori di telefonia mobile offre, tra le sue tariffe dedicate ai più giovani quella denominata “tribù”, termine che non casualmente compare in una delle due citazioni ex ergo che aprono il volume Perle ai porci, Rizzoli 24/7 di Gianmarco Perboni. E’ di Filippo Scozzari e recita così: ”I Ragazzini della tribù Feh-rocja, quando cominciano a rompere troppo i coglioni, che colà sono sacri, vengono spediti sulla montagna Cannibala; quando tornano, se tornano, sono un modello di educazione e compitezza.” La tribù di cui si occupa Perboni, pseudonimo deamicisiano scelto da un insegnante reale con ventennale esperienza, è quella degli stolidi studenti italiani di scuola superiore, raccontata attraverso un diario esilarante ed amaro, redatto dalla cattedra di un istituto tecnico. In antropologia la definizione di tribù ci parla di un raggruppamento umano in possesso di una relativa omogeneità culturale e linguistica e dunque gli studenti qui ritratti non arrivano neanche a questa seppur primitiva organizzazione sociale. Un’anno lungo un’Odissea attraverso le nefandezze di una generazione “…scoraggiante, irrecuperabile, bovinamente supina.” Nomi inventati (e spassosissimi) e fatti reali. Un quadro terribile (ahimè autentico) della scuola italiana, nella quale gli insegnanti contano quanto il due di picche (Perboni usa una metafora più puzzolente) e il concetto di responsabilità individuale sembra perduto per sempre. Così “…la colpa del fancazzismo dello studente è nell’ordine: del professore, della famiglia ,della scuola. L’idea che possa trattarsi semplicemente di buona, sana, vecchia mancanza di voglia di studiare – che per generazioni è stata curata con una buona ,sana ,vecchia bocciatura, non sfiora nessuno.” Parole sante. Di fronte a questa realtà secondo lo scoglionatissimo Perboni c’è una sola via d’uscita: il professore diventa una carogna, disilluso, stanco di “…lottare contro i mulini a vento…” , un uomo che “…vive alla giornata contento se qualche sprovveduto ha deciso di rischiare la pelle portando in gita una classe degna del riformatorio, lasciandogli un’ora libera per leggere il giornale.” Nel susseguirsi dei capitoli egli si imbatte ciclicamente anche nei problemi della scuola che si ostina a non voler trattare, ma da cui non può astenersi del tutto di parlare e così ci mostra la sua abilità nel redigere in “didattichese” (una prosa forbita ed assolutamente priva di senso), documenti che rappresentano la pura e semplice insignificanza linguistica: dialettiche interculturali, offerte formative, strategie esplicitate, strumenti di verifica, attività di rimozione delle resistenze e via così da un non sense all’altro. Si ride molto scorrendo le pagine di Perle ai porci. E si riflette anche. Bella penna Giorgio Perboni.
Eppure andando avanti nella lettura un dubbio sorge: una certa propensione alla malvagità forse Perboni la possedeva in origine. L’insegnante missionario infatti, una delle tipologie umane di cui il nostro narra il naufragio, ci ricorda un dato di fatto: l’insegnamento è una missione, una vocazione la cui chiamata forse non è mai giunta all’indirizzo dell’autore. E individuare nel sessantotto la nascita della tragedia (non quella nicciana) che ha travolto la nostra scuola , ha senso soltanto intesa all’inverso di ciò che Perboni sostiene. Non è la reazione a quel movimento che ha portato la scuola nelle condizioni disastrate di oggi ma proprio l’affermarsi di quelle istanze pseudorivoluzionarie. Ed il sei a tutti costi di cui Perboni lamenta la richiesta da parte degli studenti odierni è soltanto la degenerazione di quel tristo “18 politico” creato da quei “formidabili” anni di capanniana memoria. Come fa il nostro deamicisiano professore a prendersela con cinquant’anni di scudo crociato quando da almeno quaranta (dal sessantotto appunto) l’istruzione e la cultura di questo paese sono state saldamente in mano alla parte politica (left oriented) da cui egli stesso proviene? Forse una buona, sana, vecchia autocritica non farebbe male anche a lui.

mercoledì 14 ottobre 2009

Pollini torna a casa

Un anno fa infatti iniziavo la mia collaborazione con “Il Riformista” commentando un’intervista di Giuseppina Manin a Maurizio Pollini sulle sorti della musica del ventesimo secolo. “La cultura ha trascurato la musica del 900” era il titolo dell’articolo dove il Maestro, lamentando la scarsa considerazione riservata alla musica contemporanea nel secolo scorso ne auspicava una maggiore diffusione in questo. Attività perseguita da Pollini nell’arco di una carriera quarantennale che non conosce soste o appannamenti ed anzi continua a dispensare a piene mani (e che mani) la sua arte. Polemizzando sulla tesi delle responsabilità culturali nel predominio dei secoli passati nell’offerta musicale odierna, cercavo di spostare l’attenzione sul valore universale dei classici di cui egli è interprete sommo. Così leggendo il titolo di questa nuova intervista uscita sabato sul Corriere :“Classici irrinunciabili ma curiosità verso le novità” mi è sfuggito un gemito di piacere e mi sono precipitato ad acquistare l’ultima fatica discografica del nostro eccelso pianista. J.S.Bach (1685- 1750) Clavicembalo ben temperato, libro primo. Un doppio cd Deutsche Grammophone da ben ventinove euro. Suonare, leggere uno spartito equivale ad entrare nella testa di colui che ha impresso quei segni che vediamo sul pentagramma. Concetto valido in generale e massimamente per la musica del genio di Lipsia che di un’opera teorica e dalla finalità ordinatrici e legislative(veramente solo un tedesco poteva concepire un simile monstrum) riesce a fare una summa della sua poetica andando molto oltre le finalità estetiche dichiarate e raggiungendo un vertice espressivo che lancia definitivamente la musica verso traguardi prima impensabili. Qui nasce la musica come noi la conosciamo. Tutta. Da Mozart ad Elton John. I due libri del Wohltemperierte Clavier come è noto non sono scritti per il pianoforte (che non era stato ancora inventato)ma genericamente per una tastiera (clavier), né si specifica se debba essere quella di un organo piuttosto che un clavicembalo. Non bisogna però stupirsi di un simile caso chè raramente in Bach troviamo indicazioni precise in tal senso. Sappiamo ad esempio la destinazione clavicembalistica del Concerto Italiano o delle Variazioni Goldberg mentre più spesso è l’organo lo strumento designato per corali, fughe e toccate ma non sappiamo di quale tastiera si parli anche per opere fondamentali quali le Partite, le Suites Inglesi, le Invenzioni, ed appunto anche il Clavicembalo ben temperato. Grave? No. Bach non scrive per la tastiera che è e rimarrà sempre un mezzo nelle sue mani, ciò che gli interessa è ordinare quel sistema temperato “…per coloro che sono già esperti in quest’arte” scrive nella dedica dello spartito. Una novità questa. E una buona occasione per sfatare un luogo comune falso e stantìo. Cioè che J.S.Bach fosse stato per circa settant’anni un musicista obliato e recuperato solo nel 1829 allorchè Felix Mendelssohn Batholdy (1809-1847) ne diresse la Passione secondo Matteo rivelandone al mondo il genio. Bach, come sa ogni pianista seppur dilettante che abbia intrapreso i primi passi nell’apprendimento dello strumento, è il pane quotidiano di ogni allievo, e non da adesso chè Beethoven stesso se ne nutrì tutta la vita. A parlare letteralmente di “pane quotidiano” è proprio uno dei musicisti più colti e “musicologi”, Robert Schumann che nei suoi “Insegnamenti ai giovani studiosi” ne raccomanda il consumo appunto giornaliero. Certo solo in epoche moderne si è capito che questi 48 preludi e fughe, che codificano il sistema temperato in modo tale che ancor oggi non si è andati oltre, si potevano eseguire tutti insieme e davanti ad un pubblico. Ma già Edwin Fischer, il primo pianista ad incidere su disco il ciclo ebbe un illustre precursore nel genio suicida di Anton Rubinstein che già sul finire del secolo decimonono eseguì in concerto l’integrale dei due libri di preludi e fughe di cui consta l’opera. Da Fischer in poi Il Clavicembalo ben temperato è diventato un monumento con il quale tutti o quasi i grandi interpreti si sono confrontati ed anzi anche il suo recupero clavicembalistico, compiuto negli anni cinquanta da Wanda Landowska, si deve in parte al successo che Fischer ed altri pianisti avevano ottenuto. Pollini dopo aver circumnavigato il globo della storia della musica spingendosi oltre le colonne d’ Ercole della tonalità nella sua ricerca volta all’esplorazione della musica del novecento, torna là dove il suo viaggio era iniziato, all’origine, alla causa prima di quel mondo che il maestro milanese ha esplorato dall’interno. E il risultato è un Pollini che non ti aspetti, che senti canticchiare e respirare, che se la prende calda e pesante, che sin dal primo preludio in do maggiore (uno dei pezzi più famosi della musica di tutti i tempi) ci parla di un Bach trasfigurato e reso vivo dalla parola di Beethoven. Ecco solo ascoltando Pollini ho capito come Beethoven poteva suonare questa musica e perché la amava e si attardava in casa di amici chiedendo di poter :”…suonare ancora qualche preludio e fuga prima di coricarsi, come una buonanotte”. Ed infatti nel N.2 in do minore sentiamo tutta la tragicità già prebeethoveniana di questa tonalità. Ma la mano di Pollini è pesante solo quando deve e nel preludio N.3 in do diesis maggiore (allegro veloce e leggero) ci trasporta con un secolo di anticipo nel mondo dello studio chopiniano, mondo che Pollini ha portato alla perfezione già trent’anni orsono. Ma c’è anche il novecento in queste pagine e l’incipit della Fuga N.24 , con il suo cromatismo, è resa da Pollini come il germe di quella “serie” che egli come nessun’altro ha cercato di diffondere.Potrei continuare un preludio e fuga dopo l’altro ma Pollini lo fa molto meglio di me e so già che volete correre in discoteca a comprare questo (caro) ma assolutamente irrinunciabile doppio cd. Un’ultima nota. Questa musica non la trovate da scaricare in rete ma volete mettere il piacere di entrare in una discoteca ed uscirne con in mano l’oggetto del vostro desiderio? Cose d’altri tempi, come la musica vera.

lunedì 12 ottobre 2009

Pellèas e Mèlisande


“La natura è un tempio in cui dei vivi pilastri lasciano talvolta uscire confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli che lo osservano con sguardi familiari. Come lunghi echi che di lontano si confondono in una tenebrosa e profonda unità, vasta come la notte e la luce, i profumi , i colori e i suoni si rispondono.” Inizia così il sonetto “Correspondances” nel quale Charles Baudelaire (1821-1867) fissa quello che può essere considerato il manifesto del simbolismo poetico francese di cui Claude Debussy (1862-1918), mettendo in musica il dramma del belga Maurice Maeterlinck “Pelléas e Mélisande”, fece proprie le istanze seppur adeguandole alla propria originale e per molti versi sovvertitrice poetica. Dieci anni di lavoro non privi di aspri dissensi con il drammaturgo belga portarono nel 1902 ad una prima esecuzione accolta piuttosto freddamente dal pubblico dell’Opera di Parigi. Fu soltanto qualche anno dopo che l’opera si affermò per quel capolavoro che è senza tuttavia mai raggiungere la popolarità di una Carmen o di un Verdi qualsiasi. Non è un caso del resto perché di opera assai complessa si tratta sia nella messa in scena che dal punto di vista musicale. L’orchestra di Debussy è volta alla cristallizzazione dell’attimo così come l’impressionismo nella pittura (l’altra corrente artistica che influenzò il musicista francese), un’arte quindi attenta alla ricerca della bellezza avulsa da qualsiasi dialettica e tesa all’isolamento della singola illuminazione. In questo egli può essere davvero considerato il fondatore del novecento musicale. Il germe di quella contrazione linguistica che culminerà nelle scariche elettriche fulminanti dei pezzi per pianoforte di Anton Webern e Arnold Schönberg, è qui già latente.
E’ evidente che una musica siffatta fosse quanto di più distante si potesse immaginare dall’opera che è costituita al contrario di azione, declamazione , assertività. Per questo quando Debussy vide Pelléas e Mélisande ne rimase profondamente turbato e comprese che quella poteva essere la storia adatta al teatro musicale che aveva in mente, costruito su un gioco di rimandi, dove il non detto è di gran lunga più importante di quel che avviene sulla scena. L’amore tra i due protagonisti infatti non è dichiarato che un attimo prima della catastrofe, quando Golaud scopre ed uccide il fratello Pelléas e sfiora appena la consorte Mélisande la quale morrà lo stesso, come un uccellino che, incapace di volare, si spenga mestamente. Gianluigi Gelmetti ha dato l’impressione di possedere completamente quest’opera ed assecondato da un compagnia di cantanti ineccepibile anche attorialmente, ha diretto da par suo l’orchestra dell’Opera di Roma in grande forma che ha restituito con veridicità il tessuto sottile della partitura. Bene quindi la parte musicale che, come non si ripeterà mai abbastanza, è quella principale nell’opera che anzitutto di note è fatta. Ma il teatro è anche regia, costumi, scene e qui bisogna aprire un discorso diverso. Come mai nell’epoca della filologia, della prassi esecutiva, dell’attenzione maniacale alle minime notazioni musicali degli autori si accompagna invece il totale stravolgimento dei libretti? E dire che “Pelleas e Melisande” , libretto nel senso stretto del termine non è, perché Debussy volle mettere in musica l’intero dramma di Maeterlinck ( e così fece salvo qualche taglio ) quindi far carne di porco delle indicazioni sceniche vuol dire venir meno infischiandosene, degli intendimenti di due autori. Arkel è il re di Allemonde e Golaud e Pelleas sono due principi. Perché vestirli di stracci con le infradito ai piedi rendendoli tre barboni? E perché in luogo del castello dove vivono troviamo un utero sezionato? Ed ancora perché fare di Melisande (una bravissima Monica Bacelli)una specie di Pierrot Lunaire espressionista, calva per giunta laddove non si fa altro nell’opera che esaltarne le chiome fluenti? Ce lo fate vedere signori registi, scenografi e costumisti (stracciaroli) moderni, un re vestito da re con la corona in testa o siete troppo preoccupati di vendere un prodotto che faccia parlare di voi piuttosto che servire quegli autori che, volenti o nolenti, sono quelli che vi danno da mangiare? The answer my friends is blowin’in the wind….

venerdì 9 ottobre 2009

Onore ai caduti

Trenta anni fa in una tiepida mattinata di fine estate, sul piazzale della scuola militare di paracadutismo di Pisa, il sergente Ennio Druda, di fronte alla compagnia schierata sul riposo, proferì , senza dissimulare il suo accento romano, queste parole : ” So che tra i nuovi arrivati c’è uno della Lazio.” Non potei far altro che muovere un passo avanti uscendo dalla fila, la prima, come spesso capitava a chi come me non arriva al metro e settanta. “Lei sa che io sarò il suo sergente? “ chiese quell’uomo non più alto di me ma fatto di una materia che assomigliava alla pietra. “Sissignore!” replicai gridando con tutto il fiato che avevo in corpo. “ E sa anche per quale squadra tengo io ?” Continuò il sergente. “Sissignore, me lo hanno detto signore!” A questo punto quel volto di granito si increspò leggermente sfiorato dall’ombra di un sorriso :“Si faccia un paio di giri di corsa e benvenuto.” Così iniziò, dopo il corso durissimo che mi aveva brevettato paracadutista, la mia breve avventura nella Folgore. Oggi Ennio Druda è un Tenente Colonnello e ha fatto un bella carriera nonostante la sua fede calcistica.
Quando la tristezza ed il lutto ci stringono il cuore cerchiamo di allentarne la morsa andando a cercare qualche ricordo allegro, spensierato. La condizione di quando si è giovani e si ha il cuore traboccante di sogni. Sogni spezzati per Antonio, Davide, Matteo, Roberto, Massimilano e Giandomenico, paracadutisti saliti in cielo per non saltare più. Dall’aereo infatti non ci si butta, si salta . E’ un tuffo verso le nuvole . Chi sceglie questo corpo ama l’azzurro della volta celeste e la sensazione che si prova attraversandola in volo.

Anche a me piaceva volare e l’idea di salire su di un aeroplano senza poi doverci atterrare aveva un fascino irresistibile. Dunque quando ai tre giorni ( così si usava chiamare quel breve periodo in cui i maschi italiani diciassettenni venivano convocati al distretto militare per verificarne l’ idoneità al servizio) vidi quel soldato con il basco amaranto che reclutava volontari per il corpo dei paracadutisti , alzai la mano e firmai le carte per l’arruolamento. Fu subito dopo, appena il parà reclutatore fu uscito che gli altri ragazzi che condividevano con me quei momenti mi si avvicinarono allibiti. “Ma che sei matto?” – vociavano- “Si.” -risposi atteggiandomi un poco.

Ma non ero matto. Credevo però che dovendo passare un anno servendo il mio paese come soldato avrei preferito fare qualcosa di attivo piuttosto che trascorrerlo giocando a briscola in qualche ufficio di distretto militare. Certo è che quando dopo due anni arrivò la cartolina che mi assegnava alla scuola di paracadutismo di Pisa, non ne fui proprio entusiasta ma ormai era fatta. Partii non senza qualche timore. Mi avevano parlato di fascisti, di un corpo di invasati dove regnava il terrore ed invece trovai una spaccato d’Italia quale, nel mio mondo dorato della Roma bene, non potevo avere idea. Quando la vita è dura e faticosa gli uomini tendono ad affratellarsi. Se poi c’è un pericolo imminente ( e saltare da un aereo o da un elicottero in volo lo è) allora le amicizie nascono più facilmente. Di politica, in un anno passato tra Pisa e Livorno non intesi mai parlare. Trovai ragazzi generosi accomunati da un senso del dovere che mi era sconosciuto.

Del primo lancio ricordo ogni singolo istante. Da quando seduti sulla pista ci si mette il paracadute, controllandosi a vicenda ed affidando quindi la propria vita al compagno dietro di te, al momento in cui si aprono le porte e i motori rallentano fin quasi a fermarsi . Oltre la porta c’è il cielo, immenso e blu come può esserlo solo tuffandocisi dentro e quando salti fuori ed il vento ti gira di 90 gradi ti ritrovi a guardare la coda del C130 che sta sputando il tuo commilitone, quello uscito dopo di te. Tanto è veloce la sequenza del lancio dentro l’aereo quanto rallentato il tempo fuori dal velivolo. A quel punto il paracadute si apre e ti ritrovi seduto nell’aria, nel silenzio, immobile ti sembra, perchè la velocità di caduta non la valuterai che a pochi metri da terra. Allora ridi, forte, succede a tutti, chè se da una parte è il sintomo dello sciogliersi di una tensione accumulatasi giorno dopo giorno durante il corso di preparazione, dall’altra è felicità vera, gioia pura, di quella che ci è dato assaporare solo a vent’anni. E a quell’età la paura della morte non la si conosce convinti come si è di essere immortali.

Non facevo la guerra io, ma soltanto il servizio militare che allora era obbligatorio e che veniva considerato una perdita di tempo quando non qualcosa di peggio, un inutile addestramento ad una guerra che non sarebbe mai arrivata. Invece ora ne stiamo combattendo una contro un nemico spietato ed invisibile che non ci permette di contrastarlo. I nostri soldati muoiono spesso senza aver la possibilità di difendersi, nell’ipocrisia della “missione di pace” che stabilisce regole d’ingaggio adatte a proteggere l’ordine pubblico fuori da uno stadio di calcio, non a muoversi in mezzo ad un campo di battaglia. Non siamo in Afganistan per invadere questo paese ed occuparlo (questo significa il ripudio della guerra nella lettera della costituzione) ma per lottare contro il terrorismo e proteggere un popolo da una delle più sanguinarie e medioevali accolite di criminali che abbiano mai avuto in mano il governo di una nazione. Nemmeno Hitler sterminava i suoi connazionali con tanta ferocia ed indiscriminazione. A Kabul come a Bagdad ci sono islamici che uccidono altri islamici, senza discernimento, spietatamente. Ed odiano i nostri soldati che sono lì per proteggere gli inermi. E da questi sono amati e riconosciuti. Per farlo però devono prima salvaguardare se stessi. A ciò servono le armi che hanno in dotazione. Ma non c’è al mondo nulla di più inutile di una pistola scarica, e questo è troppo spesso ciò che i nostri soldati hanno in mano. Siamo in quella regione in nome della pace sì, ma anche per fare la guerra.

E’ disgustoso vedere la finta commozione di quelli che di fatto, sia a destra che a sinistra, disarmano le nostre forze armate e che sono poi i primi dopo ogni caduto (così si chiamano i morti in guerra) a parlare di ritiro. Ieri ho visitato il sito di Antonio Di Pietro che non capisce cosa ci stiamo ancora a fare laggiù e sostiene che bisogna ritirarsi. Lui se ne intende , lo ha già fatto quando nel 1994 ha lasciato la magistratura per dedicarsi all’attività certo più redditizia di uomo politico. Si ritiri lui.
Chi appartiene alla brigata Folgore non conosce questa parola. Quando ad El Alamein i paracadutisti si arresero agli inglesi lo fecero senza alzare le mani e con le armi in pugno. E i soldati britannici (quest’anno hanno perso 200 uomini a Kabul), che avevano lottato increduli della capacità di resistenza di quel manipolo di eroi, che erano e sono custodi una nazione che ha vinto tutte le guerre che ha combattuto, resero l’onore delle armi a quella bandiera con la folgore nel mezzo. Anche Winston Churchill in un famoso discorso alla camera dei comuni riconobbe il valore di quella brigata definendo quei ragazzi dei leoni. Chi diventa paracadutista non lo fa per i soldi. Mai.

Uno dei miei amici più cari, Luciano Ferrara, l’ho conosciuto lì. Dopo sei mesi passati insieme a Pisa io fui aggregato ad un'altra compagnia e venni trasferito a Livorno. Finito entrambi il servizio militare rimanemmo in contatto per un paio d’anni, lui a Torino ed io a Roma, successivamente cambiammo casa e ci perdemmo, non c’erano ancora i telefonini. Non ci siamo visti né sentiti per dieci anni cercandoci senza successo. Poi nel 1992 mi capitò di dover recitare a Torino. Stavolta ritrovo Luciano pensai, ho il suo vecchio indirizzo e qualcuno mi saprà dire dove abita. Il giorno del debutto ero ospite a Domenica In a Roma e per questo presi un’aereo con metà della mia compagnia che avrebbe dovuto atterrare alle 16 nel capoluogo piemontese. Ma quel giorno c’era la nebbia e il paracadute non lo avevo più, così dopo aver volato in cerchio per più di un’ora sopra l’aeroporto di Torino ci ritrovammo ad atterrare a Genova quando erano già le 18. Nebbia fitta anche lì. In teatro la legge prevede che se un attore non arriva in tempo deve pagare l’incasso della sala piena, così ci affidammo alla pazzia di due tassisti genovesi che per un milione di lire guidarono nella nebbia scaricandoci davanti al teatro alle 21 in punto, ora di inizio dello spettacolo. La sala era già piena. Scesi dal taxi con il cuore in gola e mi trovai davanti Luciano. Aveva letto sul giornale che recitavo lì e mi aspettava dal pomeriggio. Ci abbracciammo commossi. Non ci siamo più persi da allora e giovedì dopo aver saputo della strage di Kabul ho chiamato lui, il mio vecchio amico parà.


lunedì 14 settembre 2009

Karajan vent'anni dopo

C’era un tempo in cui la musica era con Dio. Era una stagione , nella quale l’arte non si poneva in opposizione (se non dialettica) ai valori morali condivisi dal consesso civile, e non era quindi costretta a cantare unicamente l’angoscia. Questo era stata la musica occidentale dal XVI secolo sino all’alba del novecento, il momento della grande frattura. Da arte ancella, della poesia, della danza , del teatro, a linguaggio autonomo, di pari dignità , perfino in grado di raggiungere zone dell’animo, precluse alle altre. All’ arte direttoriale fu necessario un altro mezzo secolo , a far decantare quel materiale immateriale costituito dall ’immenso patrimonio musicale lasciatoci dai geni che il buon Dio disseminava sulla terra in epoche antiche (nel 1685 ne nacquero addirittura due , Handel e Bach, buona annata). Quella stagione estiva è passata e ora che l’inverno del nostro scontento (musicale) fa sentire il suo morso , avvertiamo quanto ci manca Herbert von Karajan. Venti anni senza di lui , il sedici luglio del 1989 Das Wunder Karajan (questo il primo grande titolo di giornale che nel 1938 ne salutò il debutto) terminava il suo passaggio su questa terra per trasferire la sua anima altrove, laddove secondo lui stesso (ed io gli do ragione) proviene quella musica che per tutta la sua vita (pur con qualche indulgenza verso il culto di se stesso) aveva fedelmente servito. “Mi sembra che la musica venga da un altro mondo.” “Hai ragione , viene da un altro mondo, viene dall’eternità. Così il maestro nato a Salisburgo l’otto di aprile del 1908 in un dialogo con Harry Osborne , suo biografo ufficiale, in un libro di conversazioni precedente al “vangelo” dei karajaniani : Herbert von Karajan A life in music , biografia esaustiva ed appassionata mai tradotta in italiano (ma non c’è da stupirsi essendo la Italia la pubblicazione musicale vicina allo zero). Ma il libro è del 98 dunque nove anni anni dopo la scomparsa , mentre come spesso accade ai grandi, quella morte e ciò che essa ha significato per la tradizione musicale non fu immediatamente compreso. Egli si è detto, con la sua morte chiudeva un epoca aurea . Ma con la sua vita ne aveva aperta un’altra. La nostra .Oggi, nel 2009, la figura di Karajan appare come la summa di 500 anni di musica occidentale pur contenendo già in sè , l’intuizione geniale delle nuove prospettive mediatiche, tecnologiche, che si aprivano allora e di cui oggi tutti si cibano avidamente. In questo fu un genio con cinquant’anni di anticipo. E non solo per l’attenzione alle tecnologie discografiche , ma per quella volontà di ricerca che, seppur tendendovi , esulava dal campo prettamente musicale e che, ad esempio, si manifestò al momento della scelta dei progetti presentati alla gara indetta per la costruzione della nuova sala dei Berliner Philarmoniker nel 1956. Hans Scharoun , genio di quell’architettura organica che ebbe in Frank Lloyd Wright il suo maggiore esponente, attraverso quella sala con l’orchestra posta al centro indicò una via che avrebbe fatto scuola. Karajan lo capì . Ecco cosa scriveva :” …di tutti i progetti presentati, uno sembra ergersi sopra gli altri… per molti aspetti ma il più impressionante è la concentrazione totale degli ascoltatori sull’evento musicale…lo stile musicale dei Berliner Philarmoniker , la cui caratteristica principale è il respiro speciale all’inizio ed alla fine della frase musicale…”
Il respiro, questo era il lirismo di Karajan, il suo canto era naturale come il respiro. Il suo gesto direttoriale rimane a tutt’oggi come un unico ed irripetibile miracolo così come il suono che quel gesto faceva sortire. Cos’hanno di speciale gli attacchi di Karajan? Con lui la musica non iniziava, non si aveva la sensazione che qualcuno cominciasse a suonare, piuttosto l’impressione era quella di un suono già esistente che improvvisamente veniva a noi, ci si rivelava. E’ ciò che durante una prova Carlos Kleiber (suo devoto ammiratore per tutta la vita) cerca di far intendere all’orchestra dicendo ai violini:” Lasciate che sia il vostro vicino a cominciare”. Quel lirismo che ha in Wagner e Strauss i suoi autori di riferimento: semplicemente prima di lui nessuno li suonava così e dopo di lui tutti ci hanno provato. Ma anche Beethoven, Brahms Bruckner . Inoltre egli uscì dal germanesimo che pure lo aveva generato per rivolgersi all’opera italiana, con risultati non meno che eccelsi, il suo Verdi o il suo Puccini (per me Otello e Boheme su tutti) restano ad imperitura memoria insuperati ancora oggi. Una curiosità poi è legata ad una delle sue incisioni più memorabili, la Carmen di Georges Bizet con una ipnotica Leontyne Price. Durante la registrazione del disco giunse la notizia dell’assassinio del presidente Kennedy e la Price, statunitense e nera ne fu così turbata che il produttore voleva concedere un paio di giorni di pausa alla sessione d’incisione. Karajan riuscì a convincere la Price che cantò così la famosa scena delle carte (in cui pesca la morte) poche ore dopo la notizia. Il risultato è sconvolgente. Questo cinismo seppur volto a scopi sempre musicali è fatto della stessa materia di cui parla Isaiah Berlin che lo definì “Un genio con una spruzzata di zolfo intorno” , riferendosi alla sua appartenenza al partito nazista fino al 1945, ma Karajan pur di dirigere avrebbe preso anche la tessera dell’inferno . D’altra parte sposò un’ebrea nel 1942, Anita Gueterman, segno evidente che di ideologico in quella adesione ci fu poco. La politica del resto non entrò mai nella sua vita la quale fu volta esclusivamente alla musica, nella sua totalità.
“La pasta, la pasta di cui era fatto quel suono che i Berliner avevano raggiunto con lui non c’è più e non solo nei Berliner ma da nessun altra parte al mondo. “ Questo mi racconta Umberto Nicoletti Altimari, della direzione artistica dell’Accademia di S. Cecilia nonché vera autorità italiana sul pianeta Karajan . “Cosa ho di lui? E’ Semplice. Tutto. “ Se volete saper qualcosa su Karajan chiedete a quest’uomo la cui devozione al Maestro (posso dirlo vantando un’amicizia quarantennale) è stata una malattia cronica e manifestatasi in giovanissima età. “ Michel Glotz , un uomo che dedicò parte della sua vita a Karajan, lo definì cosiì “Un bambino ed un vecchio cinese molto saggio questa era la straordinaria combinazione che fu Herbert von Karajan“.
In anni in cui non si parlava ancora di civiltà dell’immagine lui costruiva la propria. Quella di un perfezionist a in tutto ciò che faceva. Da qui anche un’iconografia che può far sorridere, pilota d’aereo, di macchine da corsa, sciatore, al timone del suo Yacht Helisara ( Herbert, Eliette, Isabel, Arabel ), sì che ci si chiedeva dove trovasse il tempo di dedicarsi a tutte queste attività un uomo che fu contemporaneamente direttore dei Berliner, della Wiener Staatsoper nello stesso anno in cui allestiva al Teatro alla Scala altre due grandi produzioni . E’ di quegli anni questa storiella: Karajan sale su un taxi, il tassista:” Dove la porto?” “ Karajan:” Mi porti dove vuole tanto mi vogliono tutti.”